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il blog di Francesco Zanfardino
Santoro, vattene ...
post pubblicato in Diario, il 14 ottobre 2010


Ho mandato la mia letterina a Masi, e vi invito a fare altrettanto. Sottolineando che un servizio pubblico degno di questo nome deve garantire la pluralità delle voci, non l'omologazione. Che un programma che fa costantemente il doppio degli ascolti di una media serata di RaiDue andrebbe trattato come una gallina dalle uova d'oro, anzichè ostacolato in tutti i modi. Che se c'è un problema di contradditorio non è nello studio di Santoro, ma in quelli del Tg1 di Minzolini (che tra l'altro gli ascolti li perde, lui). Insomma, che il problema della RAI, del servizio pubblico non è certo Santoro.

Il problema è una dirigenza asservita
, specialmente sotto l'egida berlusconiana. Asservita non alle logiche del mercato, e purtroppo nemmeno a quelle del servizio pubblico, ma a quelle degli uffici di propaganda del Governo. Questo non è servizio pubblico.

E forse, Santoro & Co, non è nemmeno il caso di continuare a lottare. Il vostro tentativo è lodevole, ma forse è arrivato il momento di prendersi quella milionaria liquidazione e reinvestirla. In una nuova televisione o, volando basso, perchè no, trasferendo armi, bagagli e 20% di ascolti nella La7 di Mentana, Gruber, Lerner, eccetera. Contro il duopolio, anzi contro l'omopolio (nel senso di "Raiset", intendiamoci). Si può fare, e forse ora si deve fare.

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Chi ha coraggio invada la politica
post pubblicato in Diario, il 6 settembre 2010


                                         

L'omicidio del sindaco di Pollica-Acciaroli, Angelo Vassallo, ha sconvolto un po' tutti noi, che pure, in stragrande maggioranza, non lo conoscevamo affatto. Ha suscitato infatti in chiunque grande emozione sentire, già a poche ore dalla sua morte, tante voci diverse convergere così tanto nel dipingere una figura di un uomo integerrimo, animato dalla passione per l'ambiente, per il suo territorio e per la politica "sana", tanto che nessuno di voi ha avuto ed ha reali dubbi sul fatto che questo barbaro assassinio è responsabilità della camorra o comunque di qualcuno di cui sindaco aveva ostacolato chissà quali losche mire.

Questo da un lato ci ha dato molta speranza, perchè l'opera di Vassallo dimostra che sì, in politica ci sono anche tante persone perbene e coraggiose, e non solo fra i semplici militanti. Dall'altro ce la toglie, la speranza, perchè ci inducano a pensare che anche queste bestie rare debbano comunque fare una brutta fine: e, infatti, è proprio questo l'obiettivo di chi ha ordinato questa barbarie.

Per questo abbiamo un disperato di persone coraggiose in politica. Sono convinto che la stragrande maggioranza degli Italiani non vuole vivere in un Paese sotto ricatto delle mafie e degli affaristi senza scrupoli; ma sono altresì convito che in questi stessi Italiani domini la sfiducia, la paura di portare avanti una battaglia che troppo spesso è una battaglia solitaria. Ed è un cane che si morde la coda, che difficilmente potrà sbloccarsi senza lo slancio generoso di persone come Salvatore Vassallo.

Per questo, ripeto, chiedo che le persone che già si sono messe coraggiosamente in gioco contro la mafia negli altri settori della società, facciano lo stesso anche in politica, agendo più incisivamente per sconfiggerla e facendo tornare la fiducia della gente nella possibilità di distruggerle, le mafie. Specialmente quando la politica offre spazi più facilmente conquistabili: pensiamo, ad esempio, quanto sarebbe facile per una personalità come Roberto Saviano vincere le primarie e diventare il candidato sindaco del centrosinistra a Napoli. O quanto sarebbe facile, in questo momento, per personalità dell'antimafia locale chiedere di guidare Pollica dopo Vassallo.

Il punto è se lo faranno. Io me lo auguro fortemente ... forse per guidare una Città serve una "esperienza politica" forte, forse non dobbiamo doverci affidare ai Messia: ma di sicuro niente può essere peggio di una classe politica intimorita, se non volontariamente connivente, come quella di oggi. Salvo lodevoli eccezioni, come Angelo.

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Fermiamo quei caccia
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2010


                                             

Umberto Veronesi, senatore "indipendente" del PD, da sempre di pensiero progressista, è tuttavia una personalità molto contestata in alcuni ambienti di sinistra, di volta in volta per le sue posizioni pro-nucleariste, pro-inceneritori o pro-OGM. Tanto che queste polemiche riescono a sovrastare anche sue altre posizioni altrettanto "forti" ma che sarebbero ben viste in quegli ambienti, quali quella pro-liberalizzazione delle droghe leggere o il suo forte impegno in senso laico su tutte le tematiche "etiche".

Perchè ve ne parlo? Perchè mi ha fatto molto piacere leggere, tra le pagine di Repubblica, un suo accorato appello per la riduzione delle spese militari. In particolare, nell'articolo il senatore chiedeva a tutti i cittadini di sostenere la campagna promossa da "Sbilanciamoci!" e "Rete per il disarmo" per chiedere al Governo di rinunciare all'acquisto di 131 cacciabombardieri F35 per la somma di ben 16 miliardi di euro. Una cifra enorme: per un confronto, pensate che l'intera manovra Finanziaria 2011/12, in due anni, impegna 24,9 miliardi di euro. Una cifra che potrebbe essere utilizzata per scopi ben più nobili, quali la ricerca scientifica, lo sviluppo delle rinnovabili o, come proposi io ormai più di un anno fa, per la ricostruzione dell'Aquila.

Il punto è proprio questo: come afferma proprio Veronesi nell'incipit del suo appello, "ci sono informazioni che non arrivano mai alla gente". Non è ammissibile in un Paese degno di questo nome che una cosa del genere passi inosservata, se non nel mondo dei blog, e se è così la principale responsabilità è di chi ha il dovere di controllare l'operato del Governo, ovvero l'informazione ma anche e soprattutto delle forze di opposizione. Specialmente quelle animate da spirito cristiano e/o progressista. Invece sempre più dilaga una "retorica del militarismo" anche all'interno di questi ambienti, tanto che poche settimane fa un leader che si definisce "di sinistra" come D'Alema addirittura ha dichiarato che "in Italia si spende troppo poco per gli armamenti" (da notare che l'ultimo bilancio della Difesa è stato di 20 miliardi di euro). Sarebbe molto facile, e se vogliamo anche molto demagogico, per il centrosinistra proporre la diminuzione delle spese militari a favore delle spese sociali: eppure questo non avviene.

Per questo non può che farmi piacere l'impegno del sen. Veronesi in tal senso al quale, per fortuna, si sono aggiunti una trentina di  altri parlamentari. Speriamo bene. Intanto, pubblico il testo del suo appello.

 

FERMATE QUEI CACCIA - Umberto Veronesi

Ci sono informazioni che non arrivano mai alla gente, indipendentemente dal sistema politico e mediatico. O, peggio, non vengono considerate urgenti e importanti, come se non incidessero minimamente sulla vita quotidiana. Fra queste ci sono i costi spropositati che, anche in questo momento di crisi economica internazionale, vengono sostenuti dai governi -anche il nostro- per acquistare armi in vista di una guerra che non si scatenerà mai perché, fortunatamente, tutto il mondo vuole la pace. Come iniziatore del movimento "Science for Peace" e soprattutto come uomo che ha vissuto la guerra, mi sono sentito quindi in dovere di presentare in Senato una mozione - avanzata dalla Rete Italiana per il Disarmo - per fermare il progetto, a cui partecipa il nostro Paese, per la realizzazione di 2700 cacciabombardieri Joint Strike Fighter F-35, a un costo complessivo stimato di ducentocinquanta miliardi di dollari. La mozione è già stata sottoscritta da ventisette senatori e da sedici deputati. Il sostegno politico è fondamentale, ma non basta. Io penso ci voglia la partecipazione cosciente dei cittadini, che hanno il diritto di sapere. Nel 2009 in Italia il bilancio della difesa (per una guerra impossibile ) è stato di venti miliardi di euro, mentre per la lotta contro il cancro (la vera guerra che stiamo combattendo) miseri cento milioni. Cento milioni di dollari è il costo di un cacciabombardiere F 35 ed è anche il costo di 465mila trattamenti annuali anti-aids per i bambini africani. Se l' Italia volesse dotarsi di cinquanta aerei F35 , il costo sarebbe di cinque miliardi di dollari. Si possono costruire con questa cifra cinquanta nuovi ospedali o costruire e attrezzare ben oltre cinquemila asili nido in tutta Italia. Ciò che rende questi squilibri assurdi è il fatto che la maggior parte di questi investimenti in armi, sono inutili, perché non verranno mai utilizzate. Guardiamoci accanto, in Europa. L' Unione Europea è attualmente composta da ventisette Paesi, ciascuno con il proprio esercito. Queste forze militari erano nate nel corso della creazione degli Stati Indipendenti, con lo scopo di difendere i confini e di sviluppare conquiste coloniali. L' unificazione di una federazione di Stati, l' abolizione formale dei confini, con la libera circolazione dei cittadini europei in tutti i Paesi, e la scomparsa delle guerre coloniali, rende la presenza delle Forze Armate nazionali anacronistica, antistorica e terribilmente costosa. Davvero qualcuno può temere che l' Italia venga attaccata dai nostri vicini, Francia, Svizzera o Austria? Oppure che il nostro esercito parta alla conquista di uno Stato africano? I trecento miliardi di euro spesi in Europa ogni anno per mantenere le forze armate potrebbero invece essere investiti nella salute, nell' istruzione e nell' assistenza sociale o utilizzati per costruire ospedali e scuole, o ancora per finanziare la ricerca scientifica. In realtà in Europa basterebbe un unico esercito multinazionale come principio di deterrenza e non-belligeranza, che agisca come forza di pace nei Paesi ancora devastati da conflitti locali. E invece l' Italia destina più risorse all' esercito che ai propri cervelli, indirizzando una quota pari all' 1,1 per cento del Prodotto Interno Lordo alle spese militari (2007) e lo 0,9 per cento alla Ricerca Scientifica; per non parlare degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, che contano solo per lo 0,2 per cento del Pil italiano. Nell' ambito di "Science for Peace" ho voluto istituire un gruppo di lavoro europeo formato da uomini politici, di cultura, capi di stato, impegnati a mettere a punto un piano progressivo di riduzione delle spese militari dei singoli Paesi a favore di un Unico Esercito Europeo di Pace e della costituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo. A questo fine il gruppo di lavoro sta conducendo uno studio, coordinato dall' Istituto Affari Internazionali di Roma, che sarà presentato nel corso della seconda conferenza mondiale di Science for Peace, (in programma a Milano il 19 e 20 novembre) insieme a una serie di raccomandazioni indirizzate ai decisori politici. Ma in attesa che cambi la cultura obsoleta della difesa e della guerra non possiamo passare sotto silenzio decisioni che ci toccano da vicino adesso, come quella che riguarda il progetto F-35. Invito quindi tutti i cittadini a leggere il contenuto della mozione e, chi si sente solidale , a sottoscriverla attraverso il sito della mia Fondazione (www.fondazioneveronesi.it). Non dimentichiamo che la nostra Costituzione (come la Carta Onu del 1945) rifiuta la guerra e acconsente solo a strumenti militari di difesa. Gli F35 sono potenti cacciabombardieri d' attacco.

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Pronti al referendum
post pubblicato in Diario, il 9 dicembre 2009


                                                  

Roberto Saviano ringrazia i lettori di Repubblica per aver fatto arrivare in poche settimane ad oltre 500mila le firme al suo appello contro il "processo breve" e le sue conseguenze sulla giustizia italiana e lo Stato di diritto.

Un risultato "incredibile", dice Saviano, ed in effetti è così: mai una petizione on-line aveva raggiunto simili numeri in Italia. Ciò significa che, se non sulle "leggi ad personam", almeno sulle leggi che ammazzano i diritti di tutti c'è di sicuro la possibilità di una forte opposizione sociale e consapevole. D'altronde, proprio 500mila firme servono per presentare un Referendum abrogativo: e non è detto che gli Italiani, compresi quelli che li votano, gliela facciano passare liscia. Perchè, come dice Saviano, "la giustizia non è nè di destra nè di sinistra". Se lo ricordino, i berluscones.
 
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NO allo scempio del diritto
post pubblicato in Diario, il 14 novembre 2009


                                                   

Un appello breve, chiaro, diretto. E quindi non posso che condividerlo ed invitarvi a firmarlo (qui il link per farlo) e a diffonderlo il più possibile. Servirà a poco, ma intanto non possiamo far credere che l'opinione pubblica sia silente di fronte a questo scempio dello Stato di diritto e della nostra sicurezza.

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO


P.S. E, intanto, vi ricordo il gruppo Facebook (link) che chiede la candiatura di Roberto per le prossime Regionali in Campania ...

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Salvate Radio Radicale
post pubblicato in Diario, il 28 ottobre 2009


                                                 

Radio Radicale non deve morire. Almeno per ora. Quella radio svolge un servizio pubblico di elevatissima qualità, con una serietà ed una competenza universalmente riconosciuta. Eppure potrebbe smettere di esistere, almeno così come la conosciamo, se la convenzione con lo Stato non verrà rinnovata. E con essa scomparirebbero ore di dirette parlamentari e ore di convegni, dibattiti, rassegne stampa gestite con il massimo equilibrio, in nome di quel "conoscere per deliberare" di einaudiana memoria. Tanto da guadagnare simpatie e consensi trasversali che fortunatamente sembrano poter intervenire per poterla salvare.

Comunque, per essere sicuri, vi invito a firmare l'appello di Radio Radicale per salvare questo gioiello dell'informazione copleta corretta in un Paese che ne ha tanto bisogno. In attesa che il servizio pubblico sia in grado di farlo la RAI, e non ci sia bisogno di una radio di partito per farlo.

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Donare la vita
post pubblicato in Diario, il 9 settembre 2009


                                                    

Leggevo del ritorno in pubblico di Steve Jobs, magnate di Apple, dopo aver subito un trapianto di fegato, e mi sono sentito, per i miei venticinque e-lettori, di diffondere il suo appello per la donazione degli organi.

Donare gli organi è una scelta generosa, ma anche intelligente. In fondo, dopo la morte, gli organi sono destinati, come tutto il corpo, a diventare "polvere". Perchè allora non donarli per salvare la vita di tante altre persone? Non c'è nessun motivo ragionevole per non farlo. Forse qualche convinzione religiosa ... ma stento a credere che Dio o chiunque altro possa ritenere sbagliato un tale atto d'amore per il prossimo.

Io ho già deciso. E voi?

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L'impressione
post pubblicato in Diario, il 28 agosto 2009


                                         

Oggi Berlusconi ha superato, per l'ennesima volta, se stesso. Lo ha fatto con la querela alle ormai famose "10 domande di Repubblica". Secondo gli avvocati del premier, infatti, la loro pubblicazione insistente ("per più di due mesi") e avrebbe insinuato nel lettore "l'impressione" che il premier non volesse rispondere, mentre la loro retoricità avrebbe spinto il lettore "a recepire, come circostanze vere, realtà di fatto inesistenti". Non solo: nella querela è citato anche un articolo del 6 Agosto che riportava i commenti della stampa estera di tutto il mondo sull'affaire Berlusconi, poichè avrebbero contribuito a danneggiare l'immagine di Berlusconi. Il tutto per una richiesta di risarcimento di un milione di euro.

Ora, non mi preoccupo certo per le sorti economiche del gruppo l'Espresso. Da quando è iniziata questa storia, sembra abbia incrementato le vendite, e poi Berlusconi ha praticamente sempre perso questo tipo di cause, e questa è particolarmente ridicola. Ma quello che mi scandalizza è l'indecente tentativo di screditare agli occhi degli Italiani quella rara parte dell'informazione che ancora "osa" fare il suo mestiere: porsi e porre delle domande. Domande tra l'altro precise, puntuali e soprattutto corrette, che rendono conto al premier delle sue stesse dichiarazioni, facendone emergere le palesi contraddizioni. E, contemporaneamente, tentare di screditare, in perfetto stile nordcoreano, anche le opinioni che di noi hanno all'estero. Insomma, come ha scritto il direttore di Repubblica Ezio Mauro, il tentativo di insabbiare la verità, così che il Paese resti all'oscuro e sotto controllo.
                                 
Ecco perchè vi invito ad aderire all'appello di Cordero, Rodotà e Zagrebelsky a difesa della libertà d'informazione. E perchè invito tutti i miei amici blogger a fare come me e pubblicare le "dieci domande", cui il Premier non vuole rispondere (altro che impressione!), semplicemente perchè non può rispondere se non con la menzogna.

1. Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo d'incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?

2.
Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi prima di fare due tardive ammissioni?

3.
Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano "papi"?

4.
Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le "squillo" che, secondo le indagini della magistratura, sono state condotte nelle sue residenze. Sapeva che fossero prostitute? Se non lo sapeva, è in grado di assicurare che quegli incontri non l'abbiano reso vulnerabile, cioè ricattabile - come le registrazioni di Patrizia D'Addario e le foto di Barbara Montereale dimostrano?

5.
E' capitato che "voli di Stato", senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?

6.
Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese e i nostri alleati che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto che ridimensionano la sua autonomia politica, interna e internazionale?

7.
Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?

8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene che una persona che l'opinione comune considera inadatto al Quirinale, possa adempiere alla funzione di presidente del consiglio?

9.
Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?

10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

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Don Diana
post pubblicato in Diario, il 4 agosto 2009


                                          

E' semplicemente vergognoso che si tenti di infagare la memoria di Don Peppino Diana, eroe dell'anti-camorra, guida morale per tanti giovani e faro di libertà in una terra che di vera libertà ne vede ancora poca. Ancora più vergognoso quando questo tentativo proviene da un rappresentante delle istituzioni, mettendo lo Stato allo stessa stregua dei camorristi che dopo la morte di don Diana tentarono di infangarlo con titoloni sui giornali locali, che lo accusavano di essere un camorrista o di avere relazioni amorose nascoste. E' semplicemente scandaloso, invece, quando a farlo è il Presidente della Commissione d'inchiesta sui Rifiuti in Campania, ovvero una persona dovrebbe occuparsi di eco-mafie (e proprio i Casalesi in questo settore sono il "top").

Per questo pubblico e mi unisco all'appello di Roberto Saviano per difendere la memoria di Don Diana. E, aggiungo io, per chiedere le dimissioni del poco onorevole Pecorella (PDL). Almeno da Presidente della Commissione, che diamine.

Roberto Saviano - La Repubblica: "Mi è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.


Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace".

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Intimidazioni
post pubblicato in Diario, il 14 giugno 2009


                                                

"Non date pubblicità ai media catastrofisti". Queste parole, pronunciate davanti ai Giovani di Confindustria nel solito contesto del "complottone" ordito dalla sinistra con la stampa di tutto il mondo (mi domando come faccia il PD ad essere così potente, senza tra l'altro controllare la stragrande maggioranza delle televisioni, della stampa e della pubblicità come invece fa "Qualcun" altro, e contemporaneamente essere ferma al 26%. E come facciano a crederlo gli elettori di Berlusconi. Misteri della fede...), "possono sembrare un'appello, ma in realtà sono una minaccia", come sostenuto giustamente da D'Alema nella sua intervista odierna alla Annunziata su RaiTre.

Poco importa che dopo il Premier, evidentemente resosi conto della gravità delle parole usate, abbia cercato di correggersi: "Mi riferivo a Franceschini" (seee, come no, dopo aver detto che la stampa stravolge la realtà, si riferiva a Franceschini. Logica impeccabile). Prendendosi la giusta e piccata replica di Franceschini, che lo accusa di "intimidazioni". Per poi dopo ancora aggiungere, ri-smentendosi, replicando ad un inviato di Repubblica: "Sì, mi riferivo anche a voi".

Riprendendo ancora le parole di D'Alema, infatti, le parole di Berlusconi sarebbero state uno "sgradevole appello" (intollerabile, aggiungerei io) se a pronunciarle non fosse stato il padrone di fatto di Publitalia, la principale concessionaria di pubblicità in Italia ed in Europa. Quella, per intenderci, che aveva a suo capo Dell'Utri e che di fatto ha ideato e finanziato Forza Italia. Meglio, quella che detiene una quota di mercato del 60% del mercato televisivo e del 36% di tutto il mercato mediatico italiano. Insomma, quella che può praticamente decidere la vita o la morte di un giornale, di una radio o di una TV, volendolo, o comunque condizionarle. Dire dunque "non date pubblicità ai media catastrofisti" è di enorme gravità detto da Sua Emittenza Berlusconi, per tutti i molteplici significati che comporta.

Potrebbe significare: "Attenti, non fatevi pubblicità sui media catastrofisti" da me sgraditi (già lo disse tempo fa, non ricordo quanto, a proposito di AnnoZero e altre trasmissioni della RAI). Oppure "non considerate i media catastrofisti, diffondende anche voi l'ottimismo". Oppure, rivolgendosi a se stesso e agli altri concessionari: "Non forniamo pubblicità ai media catastrofisti, così li facciamo fallire". Oppure alle imprese che vogliono farsi pubblicità: "Se date peso ai media catastrofisti, non vi faccio considerare dalla mia potente concessionaria". A voi la scelta.

P.S. Servirebbe un tetto, e anche basso, al mercato pubblicitario che una singola concessionaria di pubblicità può detenere. Oltre ad una legge sul conflitto d'interessi. Certo che sentire certe parole da D'Alema, così come tanti altri dirigenti del centrosinistra (praticamente tutti o quasi?) suona, nella migliore delle ipotesi, un tantino poco credibile. Nella peggiore, un tantino ipocrita. Putroppo.

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Figli di nessuno
post pubblicato in Diario, il 2 maggio 2009


                                           

Leggevo questo post sul blog di Dario Ballini e sono rimasto senza parole. C'era da aspettarselo, vista la deriva populista e xenofoba che stanno fomentando la Lega Nord ed il Governo, stravolgendo il nostro secolare sistema di valori, ma ora mi sembra proprio che la misura sia colma: qui si arriva addirittura a speculare sulle vite dei bambini.

Come infatti denunciato dall'ASGI, l'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione, in un appello alla Camera dei Deputati firmato anche da numerosissime altre associazioni tra cui l'Unicef, l'art.45 dell'ennesimo "pacchetto sicurezza" (ddl c.2180), recentemente approvato al Senato e ora all'esame della Camera, impedirà il riconoscimento dei figli da parte di genitori privi di permesso di soggiorno. Il suddetto articolo, infatti, modifica l'art.6 del Dlgs 286/1998, eliminando l'eccezione attualmente prevista in base alla quale il cittadino straniero è esonerato dall'obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile (tra cui, appunto, il riconoscimento dei figli naturali).

Una norma incostituzionale sotto diversi profili, a cominciare dagli art. 30 e 31 della Costituzione, che prevedono il diritto-dovere dei genitori di mantenere i figli, e il dovere della Repubblica di proteggere la maternità e l'infanzia, ma soprattutto come violazione degli art. 7 ed 8 della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia, che riconosce ad ogni minore, tra le altre cose, il diritto di essere registrato immediatamente al momento della nascita, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori ed essere allevati da essi. Ma non c'è certo bisogno della Costituzione e dell'ONU per capire che questo provvedimento è una barbarie, che costringerà tanti bambini a nascere senza identità, senza cittadinanza, separati dai propri genitori ed invisibili a qualsiasi istituzione, e dunque facile preda di abusi e sfruttamento; inoltre, tale norma molto probabilmente indurrà tante madri, per la paura di vedersi il proprio figlio strappato dallo Stato, a non partorire in ospedale, con tutti i rischi conseguenti per la salute della madre e del neonato.

E allora mi unisco anche io ai firmatari dell'appello, sperando che il Governo si renda conto dell'errore (mi auguro compiuto inconsapevolmente), e che i Deputati fermino questo scempio dei valori della nostra civiltà che si sta compiendo ai danni dei più deboli di tutti: i bambini. Siamo ancora in tempo.

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