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il blog di Francesco Zanfardino
Era pur sempre un essere umano
post pubblicato in Diario, il 3 maggio 2011


Certamente non rimpiangerò un assassino, e che assassino. Ma trovo del tutto fuori luogo quei festeggiamenti, quei brindisi, quelle grida di giubilo che si sono viste e udite in lungo e in largo per l'America e il mondo intero; nè la troppa "leggerezza" che traspare dai commenti degli opinionisti più svariati, ivi incluse molte istituzioni e lo stesso Obama, con quel suo abbastanza ambiguo "giustizia è fatta".

Appartengo infatti a quella schiera di persone che credono che la Giustizia, quella vera, non sia sinonimo di vendetta e non si ispiri alla logica dell'"occhio per occhio, dente per dente". Che l'assassinio non vada punito con un altro assassinio, nemmeno quando il criminale in questione si chiami Osama Bin Laden.

Lo sostiene d'altronde tutta la nostra tradizione occidentale, da quella laica di Cesare Beccaria a quella religiosa cattolica, quella tradizione di civiltà per la quale ci riteniamo "progrediti": eppure, evidentemente, abbiamo ancora molto da imparare.

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Serve politica industriale
post pubblicato in Diario, il 5 febbraio 2010


                                                       

La vicenda di Fiat di Termini Imerese e dell'Alcoa in Sardegna, unite a tutte le vertenze lavorative in corso in tutta Italia, offrono lo spunto di numerose e doverose riflessioni.

La prima è che la crisi c'è ancora e anzi forse proprio in questi mesi mostrerà i suoi strascichi più pesanti sull'occupazione. Sta finendo la cassaintegrazione, ma nel contempo i posti di lavoro non tornano, anzi. Se lo ricordi il Governo che voleva battere la crisi con "l'ottimismo".

La seconda è che c'è chi pensa di poter fare i "liberisti a targhe alterne", invocando l'intervento dello Stato quando c'è da acchiappare gli aiuti e le regole del mercato quando c'è da tagliare posti di lavoro, senza nemmeno avere il pudore di ammetterlo (anzi). Certo che lo Stato fa pure la figura del fesso, visto che quando dà gli aiuti non pretende nemmeno che non si facciano nel breve termine scelte aziendali contrari agli interessi della collettività, se proprio non si voleva ottenere in cambio una quota pubblica dell'azienda.

La terza, forse la peggiore, è che l'Italia manca totalmente di politica industriale. Giusto, anzi doveroso difendere i posti di lavoro, ma l'attuale sistema produttivo in Italia è insostenibile. E' ancora troppo basato sulla manifattura, e ormai in questo settore la concorrenza della Cina, della Polonia, della Serbia, della Romania, insomma dei paesi in via di sviluppo è troppo forte: non si può dire la Fiat non abbia ragione su questo. Per questo ci sarebbe bisogno di un Governo che favorisca la graduale transizione da un sistema produttivo basato sulla manifattura, sulla realizzazione delle cose, ad un altro basato sull'alta specializzazione, sull'innovazione e sull'ideazione delle cose che poi altrove verranno realizzate. Un po' come il sistema produttivo americano, dove i lavoratori della Microsoft progettano e la Cina realizza (ma i proventi restano in America). E un po' come diverse realtà italiane, specialmente nel Nordest, che sono molto più avanti dei propri Governi.

Per arrivarci ci sono diverse strade, diverse risposte, di destra, di sinistra e di centro. Ma che a questo bisogna arrivare è indiscutibile. Altrimenti, rassegnamoci al ritorno dei carrozzoni statali della Prima Repubblica o alla fuga delle aziende all'estero. E non mi pare una bella prospettiva.

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Giustizia
post pubblicato in Diario, il 29 giugno 2009


                                         

150 anni di carcere per una maxi-truffa da 46 miliardi di euro. Un processo durato appena 7 mesi. Migliaia di vittime finalmente pronte ad un risarcimento.

E, tranquilli, ovviamente non siamo in Italia.

P.S. Niente "follie", almeno per ora.

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L'America cambia direzione?
post pubblicato in Diario, il 4 novembre 2007


     
                                   <b>Pakistan, proclamato stato d'emergenza<br>Gli Usa: "Situazione molto deplorevole"</b>

Ieri il presidente del Pakistan Musharraf, fedele alleato degli USA, ha dichiarato lo stato di emergenza, una sorta di legge marziale che gli ha permesso di sospendere la Costituzione, sospendere la libertà di pensiero (ha infatti oscurato tv e giornali "indipendenti), arrestare tutti gli oppositori (anche il leader dell'opposizione Imran Khan), sciogliere la Corte suprema e rinviare le elezioni generali previste per gennaio. Un vero e proprio "secondo golpe" dopo quello che lo portò, da capo delle forze armate, al potere 8 anni fa.

Un golpe che Musharraf giustifica con il dilagare dell'estremismo e con l'ingerenza della magistratura nella vita politica e quindi necessario per gli interessi della "transizione democratica" del paese. Ora, a parte il fatto che la dittatura di Musharraf è il problema, non la soluzione della questione democratica pachistana, sorge qualche sospetto che Musharraf abbia agito per spirito di conservazione, a pochi giorni dal pronunciamento della Corte Suprema sulla legittimità della recente rielezione del presidente, contestata in quanto Musharraf ricopre ancora il ruolo di capo delle forze armate. E in questi giorni da più parti si è rafforzata l'ipotesi che il pronunciamento sarebbe stato negativo.

E allora Musharraf, "in nome della democrazia", ha pensato bene di fare un bel colpo di Stato. E l'America? Forse non sta a guardare: oggi il segretario di stato americano Condoleeza Rice ha dichiarato che gli aiuti economici al Pakistan sono a rischio. Si sta forse assistendo ad un cambiamento di rotta della politica bushiana, visto anche la "moratoria di fatto" sulla pena di morte che sta avvenendo negli USA? Certo, bisogna aspettare gli sviluppi di entrambe le vicende. Se però l'America dovesse far valere tutta la sua influenza nel caso Pakistan e dovesse finalmente abolire la pena di morte nel suo paese, potrebbe davvero cominciare ad essere quella nazione simbolo di democrazia che dovrebbe essere.

USA, amicizia non vuol dire servilismo
post pubblicato in Diario, il 27 ottobre 2007


                                    

Ieri la terza corte d'assise di Roma ha disposto, per difetto di giurisdizione, il non luogo a procedere per Mario Lozano, l'ex soldato USA che il 4/3/2005 a Bagdad uccise Nicola Calipari e ferì la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Non è che l'ennesima dimostrazione del rapporto sbilanciato che esiste fra Stati Uniti e Italia, e più in generale fra Stati Uniti e Europa.

Uno sbilanciamento che nasce poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando, all'indomani di un conflitto che aveva avuto USA e Unione Sovietica fra le principali protagoniste e di fronte al pericolo di una "avanzata comunista" in Europa Occidentale, gli USA "blindarono", in cambio di aiuti economici per la ricostruzione (il famoso "Piano Marshall"), proprio i paesi occidentali, fra cui l'Italia, con la NATO. Un'organizzazione militare palesemente dominata dagli Stati Uniti: questo patto, infatti, prevede la possibilità per gli Stati Uniti di violare la sovranità dei paesi membri con la costruzioni di basi militari e navali nei loro territori (come il recente caso della base NATO di Vicenza) e, di fatto, a sessant'anni dalla fondazione, "costringe" i paesi membri a basare le loro politiche estere su quella americana, anche seguendo gli USA nelle loro missioni all'estero (vedi Afghanistan e Iraq).

E non solo. Tra le varie "leggi speciali" nate con la NATO, anche quella della Convenzione di Londra del 1951, in base alla quale i reati compiuti da militari americani all'estero possono essere sottoposti solo alla giustizia americana. Una disposizione applicata appunto nel caso Lozano, ma anche in altre vicende, come la Strage del Cermis del 1998, quando un aereo militare statunitense partito dalla Base NATO di Aviano tranciò il cavo di una funivia in Val di Fiemme, provocando la morte di 20 persone. Anche in quel caso i militari americani coinvolti non poterono essere giudicati in Italia e furono prosciolti in America.

Sembra dunque evidente il carattere unilaterale della NATO, un'organizzazione usata dagli Stati Uniti come scusa per violare constantemente la sovranità dell'Italia e degli altri strati membri. A più di un decennio dalla caduta dell'Unione Sovietica, non si riesce ancora a capire per quale motivo continui a esistere. Niente giustifica l'esistenza della NATO, se non il servilismo dell'Europa agli americani (e non si venga a dire che serve per le missioni "di pace": per quelle c'è gia l'ONU, che ne ha ben più diritto, essendo davvero internazionale).

Perchè di servilismo si tratta: ogni rapporto che non è basato sul rispetto e sulla reciprocità è un rapporto di servilismo. Perchè l'Italia non può costruire basi in America? Perchè i soldati italiani che commettono reati in America vengono processati là?

Allora basta: l'Italia e gli altri paesi membri devono avere il coraggio di sciogliere la NATO. Non si tratta di anti-americanismo, così come difendere la parità fra uomini e donne non è anti-maschilismo. Amicizia non vuol dire servilismo, ma parità e rispetto reciproco.
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